Critic

Stralci Intervista Expoarte

Il mio lavoro richiama mondi “altri”, forme di vita abitanti di uno spazio imprecisato interdetto, almeno apparentemente, all’uomo che ne può però godere una visione fantastica nel senso più lato…

La mia ricerca, negli ultimi anni, si è, in un certo senso, spogliata dalla (a tratti) pesante eredità dei mostri sacri della pittura astratta contemporanea, andando verso la rappresentazione fantastica di mondi immaginari popolati da forme volutamente non molto rassicuranti, provenienti dagli abissi insondabili dell’inconscio. Tutto ciò legato soprattutto all’utilizzo di colori spesso molto forti e a ri-traduzioni personali di forme decorative che in qualche modo echeggiano quel tipo di cultura nella quale (vedi soprattutto,Illustrazione, Design,fumetto, etc.) siamo tutt’ora immersi.

Da Chromophobia ad Abissi da Anywhere a Red Planet, solo per citare alcuni cicli di opere, la mia ricerca spazia da tecniche pittoriche tradizionali a sperimentazioni di mezzi e supporti differenti che hanno dirottato, naturalmente, parte del mio lavoro verso creazioni di design.

Ho sempre lavorato in maniera “circolare” per non ripetermi troppo e tornare, rinnovandomi, sugli stessi temi. È così che passo ciclicamente da lavori in bianco e nero ai monocromatici Blu, Rossi, Neri, ecc… variando al tempo stesso le tecniche sia tradizionali della pittura, che digitali, una “strategia” di lavoro che mi dà la possibilità di divertirmi pur nel turbamento che spesso mi accompagna nell’atto creativo.

Nel senso della circolarità convive il mio interesse legato al modo in cui il mio lavoro artistico “flirta” con il design. Rendere luminosi i miei lavori pittorici, decorare superfici citando alcuni stilemi del mio lavoro artistico, mi diverte moltissimo e mi emoziona, è chiara però la mia attenzione a far sì che le due cose si “fondano” senza “confondersi”. In ogni caso, per scelta ed istinto, naturalmente privilegio il mio percorso prettamente artistico rispetto alla decorazione e al design, spesso condizionati da fattori legati alla committenza o alle caratteristiche degli ambienti che li ospitano.

Lino di Vinci light artist

L’arte cinetica degli anni Sessanta, sviluppando il discorso teorico di Tristan Tzara, aveva cominciato a esplorare le potenzialità della luce, e la video-arte ha continuato questo cammino visionario. Le installazioni luminose di Lino Di Vinci sono un linguaggio totalmente innovativo, superfici che calano i miti archetipici nel dinamismo della società contemporanea.
Sono lavori magici che si sviluppano come la pagina di un racconto o secondo la struttura orale dei miti degli aborigeni australiani. I punti focali e le trasparenze colorate sembrano spiegare intuitivamente il Tempo del Sogno a partire dall’inizio di un’evoluzione fetale fino alla crescita matura di un individuo inserito in un ambiente indeterminato e sottolineato da una sfumatura suggestiva che risveglia le emozioni, legate ai cinque elementi fondamentali: legno, fuoco, terra, metallo, acqua (dalle tinte calde e dorate, all’universo freddo dei blu e dei verdi, alla catarsi filosofica delle densità lattee). La Natura è un insieme armonico di esseri polimorfi, creature che racchiudono l’essenza stessa della vita e, pervadendo ogni aspetto della
realtà sensibile, confluiscono in una serie di flussi di energia. Questa nozione panteista è centrale nelle spiritualità  sciamaniche a tutte le latitudini. I kodama degli alberi giapponesi vengono rappresentati in maniera simile ai pwca gallesi,
ombre che compaiono nei boschi e si divertono a confondere i viaggiatori solitari. Nella notte, lontana dagli spazi caotici della città, il cielo si riempie della magia poetica di lucciole che fluttuano come fuochi fatui e simbolizzano l’ispirazione creativa – narrativa, grafica o performativa. Le trame intessute nel chiaroscuro diventano filigrane finissime, gioielli e diorami che sviluppano le tecniche poetiche descrittive tipiche del teatro orientale delle ombre e mettono in scena la dimensione onirica e le inquietudini dell’uomo. Piccole circonferenze lisce e filamentose galleggiano come l’ingrandimento di cellule vive, ma a un’osservazione più attenta lo spettatore potrà immaginare gli ingranaggi di un complesso astrolabio per studiare le rivoluzioni introspettive di una volta celeste personale.

 

L’art cinétique des ans Soixante, en développant le discours théorique de Tristan Tzara, avait commencé à explorer les potentialités de la lumière, et l’art-lumière, ou light-art, continue aujourd’hui à tracer ce chemin visionnaire. Les installations lumineuses de Lino di Vinci sont un langage totalement innovant, des surfaces qui questionnent les mythes archétypaux dans le dynamisme de la société contemporaine.

Ce sont des oeuvres magiques, qui se développent tout comme la page d’un récit ou comme la structure orale des mythes des aborigènes Australiens. Les points de focale et les transparences colorées semblent vouloir expliquer intuitivement le Temps du Rêve a partir du début d’une évolution foetale jusqu’à la la croissance et la maturité d’un individu inséré dans un milieu indéterminé et souligné par des nuances suggestives qui réveillent les émotions, liées aux cinq éléments fondamentaux: bois, feu, terre, métal, eau (des couleurs chaudes et dorées, à l’univers froid des bleus et des vert, et à la catharsis philosophique des densités lactées).

La Nature est un ensemble harmonieux d’êtres polymorphes, créatures qui renferment l’essence même de la vie et, en pénétrant chaque aspect de la réalité sensible, confluent en une série de flux d’énergie. Cette notion panthéiste est centrale dans les spiritualités chamaniques à toutes les latitudes. Les kodama des arbres japonais sont représentés de manière semblable aux pwca gallois, comme des ombres qui apparaissent dans les bois et qui se divertissent à perdre les voyageurs solitaires.

Dans la nuit, loin des espaces chaotiques de la ville, le ciel se remplit de la magie poétique des vers luisants, qui flottent comme des feux follets et qui symbolisent l’inspiration créatrice narrative, graphique ou performative.

Les trames tissées dans le chiaroscuro se transforment en filigranes fins, orfèvrerie et dioramas qui  développent les techniques poétiques descriptives typiques du théâtre des ombres et lumières oriental et qui mettent en scène la dimension onirique et les inquiétudes de l’humain. De petites circonférences lisses et filamenteuses flottent comme un agrandissement de cellules vives, mais après une observation plus attentive, le spectateur pourra imaginer les engrenages d’un complexe astrolabe servant à étudier les révolutions introspectives d’une voûte céleste intime.

Lino Di Vinci e il Mediterraneo nascosto

In teoria, come pittore Lino Di Vinci preferirebbe in genere le limpide essenzialità del bianconero, cui si mostra “cromofobicamente” affezionato; ma il suo operare, che a volte lo porta volentieri ad applicare l’arte su coinvolgenti committenze di design e di monumentali arredi d’interni, in vari cicli ha avuto modo di esplorare misurate policromie e soprattutto svariate tendenze monocrome, eleganti. Lavorando via via su carta, tela, legno, pvc, plexiglas, in realtà Di Vinci parte spesso da leggeri segni graffiati, di norma in chiaro su fondi più scuri, per dare vita a visioni di un fluido inframondo brulicante di forme di vita elementari ma non banali, immerse in misteriose attività danzanti. E, per via dei ritmi e dei rimandi interni alle rispettive composizioni figurative, è leggibile in tutto ciò una chiara sottotraccia musicale, forse minimalista, forse psichedelica. Ora, il lato “sexy” di tali tranci di panorami visionari sta nel fatto che spesso trasmettono la sensazione di assistere ad attività primarie di fecondazione cellulare. Le forme che si inseguono, ora discretamente falliche, ora simil-vagine e simil-uteri, ora bulbose protuberanze mammellari non sprovviste di probabili capezzoli, ora comunque attori di sensibili tensioni di vicendevoli attrattive, tutto concorre a suggerire in chi guarda un’eccitazione protocellulare che si fa precisa interprete microcosmica di più macrocosmiche frenesie a noi umani meglio note. Lo spettacolo, insomma, è una sorta di grado zero della fregola sessuale, raggelato dalla lontananza miniscopica ma in un certo senso anche esaltato dalla sua indefinibilità spazio-temporale: un amplesso dell’universo con se stesso, in se stesso. C’è molta mistica orientale, nelle opere di Lino Di Vinci. Difatti certe propensioni all’ordine, leggibili in filigrana oltre il caos apparente dei diversi vorticismi sufi in atto simultaneo, richiamano bilateralità primordiali e simmetrie da mandala. E non stupisce pertanto che in tale fantauniverso biologico, in fondo così definito nella propria libera indefinitezza, di tanto in tanto appaiano a sorpresa figure riconoscibili. Piccoli embrioni urlanti, cuori che palpitano, canali risucchianti, simboli graffiti primitivi; o addirittura una trionfante Lei (confidenzialmente You, per l’artista), luminosa Ishtar in autoreggenti e zeppe a spillo, spalancata signora dei serpenti e stella di fertilità.

Ferruccio Giromini

Metalchrome

Un rullo di nero, circolare, un vibrato di colore, teso nello spazio, uno staccato di punti, con ombre tirate nel vuoto del bianco, rinviano a una composizione-scomposizione musicale trascritta in pittura su un fondo di metallo. Le misure variano, le superfici si alzano verticalmente, si allungano orizzontalmente, si iscrivono in un tondo. Può intervenire uno spessore, un collage di materiali diversi, una frattura di vetri su vetri. Riflessi dolci e acidi. Un buco può essere simulato, un orizzonte intersecarsi con un altro. Di Vinci afferma di accogliere nell’opera variazioni caleidoscopiche, di farsi tramite di stati psicofisici glaciali e sensuali. Sono impressioni che informano sull’opera di un artista non indifferente alla sonorità, non contrario all’ibridazione dei linguaggi, resistente alle definizioni, incline agli slittamenti tra livelli emozionali e livelli percettivi, scatenati in profondità e controllati a distanza.
Il terreno è quello delle sinestesie, attivate tuttavia non nelle modalità delle avanguardie, finalizzate allo scandalo, ma nella fluidità delle associazioni possibili e impossibili, scaturite da sintonie come da distonie tra un mondo interiore e un mondo esterno. C’è qualcosa di assordante e insieme una musica siderale nell’aderire dei suoi scenari alle superfici di metalli riflettenti, c’è un frastuono metropolitano imploso in un vortice di silenzi. C’è l’acuto stridore di uno strappo, inevitabile, e l’incanto di un suono di cristalli. Volano negli interspazi della sua immaginazione curiosi animali siderali. C’è anche il lamento di un Occidente postindustriale accordato sull’ascolto di un Oriente dei silenzi. C’è nelle sue composte scomposizioni il risuonare di effetti da piano bar in sale da concerto, di improvvisazioni e di musica scritta. Nel DNA generazionale, mentale ed emozionale di Lino Di Vinci c’è la reiterazione dell’ascolto di The Koeln Concert di Keith Jarrett. La macchina che dipinge dell’uno sembra assimilarsi alla macchina che suona dell’altro: non sono emozioni – afferma Jarrett – è il desiderio feroce di suonare…Bisogna solo raggiungere il nucleo della musica e poi questa suona da sola. Aggredendo o accarezzando i suoi gelidi pannelli metallici, l’artista entra in quella condizione estatica in cui la vigilanza è tesa a lasciar accadere ciò che accade, senza programmarlo. Arriva una nave, un treno parte, stride il computer nella stanza accanto, al di là di un muro un cellulare risuona inutilmente, mentre il rombo sordo di un aereo fa rimbalzare l’immaginario su spiagge lontane. È fondamentale che l’opera di questo artista entri in vibrazione forte con l’ambiente che la  circonda. Il conseguimento di questo effetto muove già da una predisposizione mentale dell’autore, da un clima che egli non manca di instaurare nello spazio dove opera, di esprimere nella scelta dei materiali che usa, degli strumenti di scrittura corsiva che utilizza, della segnica vettoriale che traccia, degli spazi che dischiude alla molteplicità degli sguardi e dei punti di vista. Si coglieva una connotazione lirica, un’ascendenza Zen, in passato, nel contrasto tra i bianchi e neri della sua segnaletica criptica. ..(..) Per realizzare ciò che pensa e che sente Lino Di Vinci non cessa di confrontarsi con la sua capacità immaginativa, con quella condizione creativa che risponde alle sue istanze emotive ed estetiche. La sua scrittura tende a creare resistenza alla lettura. Il suo processo di consapevolezza lo sollecita a inseguire una coniugazione tra idea e sensazione, a trascrivere il transito tra una perdita di referente e la ricerca del referente successivo, l’oscillazione tra il prima e il dopo, tra la fisicità e la leggerezza. Nei lavori recenti spazi si aprono all’interno di altri spazi, il vuoto genera figure altre, altri eventi figurali…(..).. Di quali territori intende appropriarsi Lino Di Vinci nel percorso del suo lavoro? Evidentemente di quelli in cui la sua opera si sente liberata da condizioni vincolanti la mobilità immaginativa, la sensibilità percettiva, la  capacità seduttiva, ottenendo così di mettere in risonanza i suoi elementi formali e strutturali con la sua destinazione ambientale.

Testo a cura di Viana Conti,  critico d’arte curatore giornalista

Un percorso interiore dalla cellula all’infinito

L’elemento più piccolo e il più grande si incontrano in un’indagine spaziale dell’infinitamente immenso che si spalanca davanti ai nostri occhi ogni volta che lanciamo lo sguardo nel cielo o nella parallela indagine al microscopio limitata soltanto dall’inadeguatezza di apparecchiature incapaci, per il momento, di superare la soglia del progressivo frazionamento del millimicron. Lo smarrimento si percepisce nei due estremi apparentemente opposti che scavano interrogativi alla nostra intelligenza e baratri nell’inconscio. Lino Di Vinci ha da sempre sondato questo insidioso territorio che pone in discussione ogni certezza e le opere degli ultimi quattro anni, racchiuse sotto il titolo Più lontano possibile, rilanciano il problema e pongono più di un quesito. Più lontano possibile da dove? Per dove? Da se stessi? Verso se stessi in una sorta di boomerang cognitivo? Nel senso che il più grande e il più piccolo ( per tornare al discorso iniziale ) risiedono in ciascuno di noi? Questo è un argomento ambiguo ma d’altronde l’ambiguità fa parte dell’indagine dell’artista genovese non perché egli non sappia dove condurre il discorso ma perché col suo comportamento pittorico e narrativo pone l’osservatore in una posizione di difficoltà cognitiva, non percettiva, s’intende, poiché tutti abbiamo la sensazione di galleggiare o di muoverci col pensiero in un ambiente acquatico, amniotico, di trovarci magari a indagare col microscopio un vetrino di un laboratorio di biologia alla conquista di quel mondo ( interiore? ) di cui si è fatto cenno. Ma i limiti fisici del dipinto potrebbero benissimo rappresentare un oblò da cui si possono indagare i fondali immaginari di un mare sconosciuto, misterioso. Lino Di Vinci ha suddiviso i lavori più recenti in sette categorie che costituiscono non solo altrettanti momenti caratterizzati da particolari peculiarità tematiche e tecniche ma significano anche approcci emozionali diversi. Con Anywhere ( “Da qualche parte” ) è la pittura a olio ( e non più l’aerografo ) il mezzo adoperato per ottenere le sue caratteristiche atmosfere rarefatte col concorso di una musica elettronico-psichedelica che costituisce la colonna sonora del suo lavoro. In tal modo egli riesce a raggiungere il più lontano paesaggio possibile popolato da forme impossibili. Troviamo questo clima in Lost, in questo brodo primordiale che esibisce pulsioni paraorganiche e disegna profili zoomorfi ribaditi da Jedi Knights e da Secret garden. Il bianco e nero è una delle caratteristiche dell’impegno creativo di Lino di Vinci e la sequenza intitolata Cromophobia ribadisce, in termini ironici, una fuga dal colore che si rivela illusoria dal momento che i vari toni dei grigi adoperati nella circostanza suggeriscono un’infinità di toni. Le immagini non si discostano come tematica da quelle appena osservate con una puntualizzazione: l’accentuata delicatezza descrittiva evidenzia quel certo calligrafismo dalle remote origini orientali che aveva catturato più di un artista, da Wols a Masson, a Michaux, a Tobey. Ci riferiamo a Tuxedo Moonlight, a Pensiero circolare e soprattutto ad Amniotico-ipnotico. In altri casi, come in Cromophobia, viene evidenziato il “segno” che si fa decoro, presenza di seduzione visiva. Diverso è l’approccio anche mentale del nostro autore allorché si concede agli Abissi, che non sono tanto quelli evocati dalle profondità marine quanto gli insondabili rigurgiti dell’inconscio capace di eruttare quelle forme mostruose scaturite dagli incubi che ognuno di noi cerca di relegare nella parte più lontana dello spirito. Infatti la vegetazione acquatica dispensa nell’acidulo verde di Sotto-fondo gli ondeggianti e sinistri fiori di un incubo visivo alimentato da occhi vaganti, da flaccidi e incombenti tentacoli di medusa, da serpentelli e da una finta piacevolezza coreografica. L’insidia è palpabile e si trasferisce nell’altrettanto misterioso ambiente di Fluido giallo. La precedente tonalità verde e l’attuale gialla hanno il compito di sottolineare un clima, un disagio, un diverso approccio all’inquietudine. Il concetto è da estendersi alle altre prove partendo da Siderale, un ipotetico cielo che si specchia nei mostri. Le chine aerografate di Riflessioni siderali evidenziano nella loro rapida essenzialità alcuni argomenti già trattati e altri che vedremo in seguito. L’impatto diretto del segno sottopone immediatamente alla nostra attenzione le bocche del terrore ( Anywhere ), gli occhi indagatori ( un secondo Anwhere ), i tentacoli ghermitori (Violet Octopuss ) e tutte le insidie non temperate dalle velature. Uno dei più interessanti capitoli di questo racconto per immagini di Lino Di Vinci è Black Lights, un gioco di parole che chiama in causa l’apparente paradosso di una “luce nera”. In effetti questi dipinti notturni caratterizzati da lumeggiature, che riecheggiano gli effetti del neon, possiedono la forza evocativa di una lastra fotografica che emette un’intima luce dal profondo delle tenebre o da un’incalcolabile lontananza interiore. Da tale esperienza Di Vinci ha estrapolato degli oggetti d’arredo definiti come “light box”. Comunque tali composizioni concepite “in negativo” acuiscono quel fascino del mistero che già accompagna l’iter del nostro autore. Sotto tale aspetto è da menzionare l’incisiva presenza del tondo di Fleurs de la nuit che pare concepito lungo una rotazione ascensione di espulsione ( accentuata dalle sciabolate di giallo ). Non meno significativi sono, anche dal punto di vista percettivo ed emozionale, il Black hole dei fulmini e dei cuori spezzati e il Black love, la cui figura animalesca rimanda alle tematiche dei “manga” giapponesi. Con Ritmo nero siamo invece al cospetto di una trama ripetuta da inserirsi in un impianto geometrico, in una struttura che l’accoglie e ne scandisce l’armonia. E veniamo a Red Lights, un gruppo di dipinti più dichiaratamente esplicativi come afferma lo stesso Di Vinci: “In questa sezione è presente una mia idea di eros e thanatos; i soggetti sono pericolosi ‘cuori di spine’, diavoletti tentatori (… ) che attanagliano le nostre passioni”. Insomma il rosso della passione e il buio che avvolge il mistero si incontrano in sfumate allegorie che rimandano alle emozioni del quotidiano. Da Cuore dentro a Cuore di spine, all’emblematico Histoire d’amour si dipana un ricorrente ricamo di sofferenze e di pulsioni esistenziali da captare con lo sguardo e da dirimere col sentimento. L’ultimo capitolo, Nel blu, ripropone gli stessi temi acquatico-siderali dove l’intenso azzurro delle profondità marine e delle immensità celesti propone ulteriori elementi di sospensione e un inquietante silenzio, quel silenzio che in Grido blu sigilla ogni suono. È palpabile in tale circostanza, più che in altre graficamente equivalenti, il rimando a Munch e al suo celebre dipinto. L’ovale di una bocca, inscritto nell’altro ovale di un volto, diffonde radialmente intorno a sé la disperazione dell’urlo muto. È l’urlo dell’intera umanità che sorge dalle viscere del mondo. Il Blu Ganesch galattico che chiude la sequenza è un segno di buon augurio che cerca di temperare un diffuso clima di inquietudine. La ricerca di Lino Di Vinci continua dunque lungo quella escavazione interiore che regala sempre nuove sorprese e interessanti rimandi esistenziali. Ma nel suo caso tale esercizio pittorico trova anche applicazioni nel design e nella decorazione, come tra l’altro suggeriscono alcune prove in catalogo appartenenti alle varie sezioni ( da Ritmo nero a Blu line corrono diversi interessanti esempi ). Ed è importante che il suo discorso riesca ad ampliarsi e a trovare interessanti agganci in certe concrete manifestazioni dove il suo gesto si traduce in scrittura, dove le figure ripetute assumono il significato di seducenti e misteriosi crittogrammi. A chi li contempla con partecipe emozione il compito di decifrarli e di accoglierli nel proprio intimo secondo sensibilità e desiderio. Potranno rivelarsi un utile vademecum ai passi dell’esistenza.

Luciano Caprile